sabato 19 febbraio 2011
18-02-2001
Quante litigate in quell'ora di religione. Tu che insistevi nel sostenere la tua causa, e io sempre pronto a trovare mille appigli per attaccare ogni tua teoria. Mi sei stato sulle palle, ti ho pure sputtanato in giro e forse avrei voluto pure picchiarti. Ma a 15 anni non si capisce un cazzo. E tu questo lo sapevi molto bene. Non ho mai frequentato quel posto dove tutti i ragazzini del quartiere, invece, amavano venire. Ti vedevo solo qualche domenica al di fuori della scuola, e ti guardavo con disprezzo mentre facevi quello che amavi. Quello per cui avresti dedicato tutta una vita. Insistevi nel convincermi che c'è qualcosa di superiore, qualcosa di grande per il quale valga la pena vivere. Io lo chiamavo Dio, tu la chiamavi vita. Non lo capivo, non l'ho mai capito. Dopo le cose sono cambiate: io un'altra scuola, tu un'altra parrocchia. E da li è stato bellissimo, qualcosa è cambiato. Tu sei diventata una figura importante. Venivo a trovarti, mi consigliavi anche quando non volevo; anche quando non chiedevo. Mi dicevi che Lei mi piaceva, che ne ero innamorato quando io, forse per timidezza o stupida ingenuità, ignoravo quel sentimento. Tu l'avevi capito, tu l'hai sempre saputo. Mi davi una parola di conforto sempre. Sei stato a volte il genitore che mi rifiutavo di volere. Ma col tempo ti venivo a trovare sempre meno. Lei era diventato solo il ricordo di un giovane e prematuro amore. Iniziava per me un percorso difficile, traumatico, spaventoso. Le mie paure verso questa cosa mi frenavano, mi chiudevano in me stesso. Questa paura di non sapere cosa stesse cambiando, cosa stesse succedendo dentro e fuori di me. Paure su paure. Questo senso di vuoto che sentivo crescere intorno a me, quel non senso delle cose, quell'aria di ingiustizia generale che si respirava e la ricerca disperata di capire cosa fossero i sentimenti, le amicizie, gli amori, il sesso. Io la chiamavo vita, tu lo chiamavi Dio. Eravamo amici, se posso dirlo. Già, amico di un prete, io. Io che non credo nemmeno in me stesso amico di un essere umano che credeva a tutto. Sciocco, o forse no. So che ho provato a superare i miei fantasmi, a buttare giù le mura costruite con forza in quegli anni di solitudine e tristezza senza senso. So che tu mi hai aiutato. So che te ne sei andato. Quel 18 febbraio di dieci anni fa te ne sei andato senza salutare, senza un ultimo consiglio. Senza un'ultima parole di conforto, senza che potessi vederci, seppur per breve tempo, insieme io e Lei. Te ne sei andato da colui che tu chiamavi Dio, e che io chiamo morte. Te ne sei andato lasciandomi fantasmi che a fatica ho cacciato. In mezzo a mura che in parte ancora mi circondano, e mi isolano da questo mondo. Mi hai lasciato cosi, senza un motivo, un perchè. Quei perchè fonte di tante mie domande su ciò che non vedo, e non credo, alle quali tu non hai mai risposto. Mi hai lasciato cosi. Quella maledetta strada ti ha portato via da tutto e tutti. E lasciandomi, hai portato con te anche una piccola parte di me. A dieci anni da quel 18 febbraio manchi ancora. E i ricordi lasciano spazio ad un'inconsapevole senso di vuoto nel profondo. Lasciandomi, hai permesso che perdessi la bussola più e più volte. Lasciandomi, non mi hai visto vivere gioie uniche. Quella maledetta strada ti ha portato via da tutto e tutti... Quel 18 febbraio, in quella sala operatoria, sono morto anche io. Sono morto nel momento in cui l'infermiera mi disse che già non eri più qui. Sono morto nel vederti in quella bara circondato dai fiori. Sono morto in mezzo a tutta quella gente al tuo funerale. E muoio ancora. Muoio ogni fottutissimo 18 febbraio, ormai da dieci anni. Muoio nel ricordo di sentirti ancora vivo.
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